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Sergio Baldini

Scritti

Raggio di sole

Un raggio entra nello studio e si mette a giocare.

Entrò all’improvviso sul suo pulviscolo dorato.

Si fermò lì, proprio al centro della stanza.

Restò immobile mentre le particelle si muovevano calme e leggere.

Osservò a lungo, con distaccato interesse, l’ambiente che lo circondava.

Poi mi vide.

Si spostò lentamente sulla destra, colpì la vetrinetta del mobile … e si scatenò!

Il pulviscolo cominciò ad agitarsi e fremere tutto, divenne più vivido, la scia luminosa salì fin sopra la scrivania, dove stavo lavorando assorto nei miei pensieri ed intento alle esatte procedure da applicare, e si fermò sul foglio su cui stavo scrivendo.

L’osservai un attimo chinando un po’ il capo sulla sinistra, scossi leggermente la testa e spostai il foglio di carta.

La luce rimase impressa sul piano della scrivania, poi lentamente cominciò ad avanzare nella direzione dove avevo spostato il foglio e lo illuminò nuovamente.

Rimisi la carta nella posizione iniziale ma, con una risatina appena percettibile, il raggio di sole scelse il portacenere di cristallo che stava alla mia destra … e fu una girandola di luci, che mi colpirono sul viso giocando a fare riflessi sui miei occhiali ed illuminandomi la barba.

Mi appoggiai allo schienale della sedia, ma il turbinio d’oro fremette ancora di più e non trovando più l’ostacolo della mia faccia, dal portacenere andò a riflettersi sul vetro del quadro alle mie spalle.

In un gioco gioioso, con quel suo modo dorato di ridere, dal quadro colpì le parti in ottone del lampadario, rimbalzò sul soprammobile di acciaio posto sulla libreria, si tuffò nuovamente sul piano della scrivania illuminando i fogli di plastica trasparenti, che mi stavano aperti davanti, e si perse nello schermo del televisore spento, che all’istante sembrò accendersi come se qualcuno avesse azionato il telecomando.

«Adesso basta!», dissi a voce alta alzandomi ed andando a socchiudere le imposte della finestra dello studio, da cui era entrato in maniera così impertinente.

Fu come un riflusso.

Sempre ridendo allegramente il raggio ripercorse il cammino inverso, lasciando solo qualche granello di pulviscolo ad aleggiare in ricordo del suo passaggio.

Spense lo schermo del televisore, lasciò quasi con rassegnazione i fogli di plastica carezzandoli a lungo nel suo ritorno, brillò ancora per un attimo sul soprammobile d’acciaio, balzò in alto sull’ottone del lampadario e di lì si lasciò subito ricadere sul quadro di cui illuminò per un attimo il paesaggio dipinto, che sembrò vivere reale sotto quell’effetto di luce. Si perse in mille rivoli sulle sfaccettature del portacenere gettando uno scompiglio di iride sulle pareti, riattraversò veloce la stanza, su fino alla fessura che io stavo chiudendo nel riaccostare le imposte.

«Oh, finalmente!», dissi a me stesso senza più quel fastidioso balenio all’intorno.

Ma la risatina mi colpì nuovamente e, da una piccola fessura su un angolino della persiana, il raggio entrò ancora a illuminare il mio viso, diramandosi in mille raggi come una piccola stella.

Mi guardò per un istante, con quel suo sguardo morbido e dorato, e svanì salutandomi.

Andai alla finestra e mi affacciai.

Si allontanava zigzagando fra gli alberi correndo dietro ad una farfalla.

Lo seguii ancora con lo sguardo.

«Ciao!», silenziosamente lo salutai.